Le dive hanno l’alluce valgo

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Sbarrò la porta in faccia alla neve, adagiò le chiavi con un fragore frenato sullo svuotatasche e disincastrò ciò che rimaneva dei suoi piedi congelati dalle décolléte d’ordinanza per non far rumore. Dopo tutte le storie che aveva fatto l’infermiera del piano di sotto all’ultima riunione di condominio, era meglio non rischiare. Attraversò il disimpegno fino in camera a piedi nudi. Distrattamente abbassò gli occhi e si ricordò di avere quell’ alluce lievemente valgo, che le aveva già promesso di storcersi esattamente come quello di sua madre. Poco importa, adesso. Tacco dodici o niente.Accese la lampada sul comò che colorò d’ ambra le pareti e cominciò a svestirsi. Caspita, erano già le tre. A giudicare dall’ incipit della serata, certo è che ad Ettore non avrebbe dato due lire, pensò tra l’assorto e il perplesso mentre litigava con il suo lobo per sganciare il pendente. Ammucchiò il tubimageino e i collant sulla poltrona e indossò una lunga canotta di seta color tortora bordata di pizzo. Ettore era un bel tipo, ma goffo come un quindicenne alla prima uscita. Di quelli che ti portano a cena e poi si sbrodolano con un sorso d’acqua. Aveva pianificato chissà quante volte la linea d’azione per invitarla ad uscire, scarabocchiando compulsivamente seduto alla sua scrivania. E proprio con la fluidità e la chiarezza di uno imagescarabocchio durante una pausa le aveva proposto di accompagnarlo ad una serata del Blue Note a Milano.In bagno vivisezionò con sguardo chirurgico l’immagine del suo viso riflessa dallo specchio, dopo la lunga operazione di démaquillage. Per primo si attivò un sospiro di rassegnazione, ma subito dopo prevalse l’istinto di sopravvivenza: afferrò la crema riparatrice per la notte e la miscelò a qualche goccia di olio di argan. Così le aveva consigliato Fatima, una donna di origini berbere che faceva l’estetista nel negozio in fondo alla strada. Lei sì che aveva la pelle tesa e soda, toccava fidarsi. Si mise di profilo, sollevò la canotta portando il petto in fuori, trattenne il respiro risucchiandosi la pancia e deliberò di essere ancora una donna piacente. Anzi si inorgoglì proprio di essere nel fiore degli anni, attribuendosi senza falsa modestia il merito di aver reso quella sera l’insospettabile Ettore uno sfrontato baciatore a tradimento. All’inizio della serata l’aveva intontita parlandole di musica, della sua chitarra e dei suoi prodigi in re minore, a tal punto che Monica era stata tentata più e più volte di continuare ad applaudire la band sul palco semplicemente per darsi tregua dal monologo di Ettore. Fuori dal locale, mentre lei con metodo si attorcigliava la sciarpa al collo, Ettore la avvolse sui fianchi con un braccio e la baciò. L’ assaggiò una prima e poi una seconda volta, per coglierne il gusto. Questa non è Milano, sognò lei sfrecciando in una galleria di fotogrammi cinematografici. Questa è Hollywood e mi chiamo Ava Gardner. Ancora un l u n g o s o s p i r o e affondò testa, pensieri ed espressione svanita sul cuscino.

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